Description
L’Amazzonia, gli indios, un idioma. Ovvero: 16 lezioni di tupi moderno, una lingua da difendere (con la prefazione di Giulio Soravia, Università di Bologna). Le intricate vicende del Brasile si susseguono tra movimenti di liberazione e contenimento, esercito e alleanze internazionali. C’è la cronaca quotidiana, che vede Bolsonaro al potere, e ci sono le annose storie che narrano di poveri, di disboscamento, di latifondismo, insomma di Amazzonia. Quanti indios sono stati uccisi durante il periodo della repressione militare nel tragico ventennio 1964-1985? Tanti, troppi. Fino a quando (tra il 1995 e il 2002, governo Cardoso) le lotte del movimento popolare hanno portato al riconoscimento come “terre indigene” di 10,6 milioni di ettari di territorio. Oggi sembra che il problema della demarcazione di queste terre sia giunto a compimento, nel senso che dopo 30 anni di lotte ai popoli nativi della regione dell’Alto Rio Negro sono riconosciuti – almeno sulla carta – i diritti “alla terra”. Una cosa buona e giusta, che ci si augura metta definitivamente fine a un genocidio che dura da 500 anni. Crippa ci insegna che la diversità, anche linguistica, è un valore, dunque un bene da valorizzare. Ed è proprio l’humus del linguaggio (come habitus e come habitat) a indicare il percorso per recuperare quell’identità – riconoscibile, riconosciuta, riconoscente – su cui costruire un sentimento di uguaglianza sociale e culturale consapevole e condivisa.
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